Sopravvissuta all’aborto

10 ottobre 2010 | Di: Isabella Tosti

Alcuni giorni fa, navigando su facebook, la mia attenzione è stata attirata da un video il cui titolo difficilmente sarebbe potuto passare inosservato: “sopravvissuta all’aborto”. Animata dalla curiosità di scoprire di cosa si trattasse e con l’interesse da donna, quale sono, sensibile ad un tema drammaticamente attuale e controverso, ne ho iniziato la visione.

Mi sono così trovata davanti lei: Gianna Jessen, una giovane donna dagli occhi scintillanti e dallo sguardo fiero che, con un sorriso accattivante, si accingeva a raccontare la sua storia davanti ad un’attenta platea in occasione di una Conferenza svoltasi nel 2008 nella città australiana di Melbourne. La sua è la storia di una bambina non voluta, generata per sbaglio da una coppia di ragazzi troppo giovani e troppo irresponsabili per essere genitori; figlia di una madre, se tale può essere definita, che operò per lei la più tragica delle scelte: una scelta di morte chiamata aborto.

La giovane “mamma” era già oltre il 6° mese di gravidanza quando si rivolse ad una prestigiosa clinica abortista di Los Angeles, dove freddamente, visto l’avanzato stato in cui si trovava, le proposero il cosiddetto aborto salino tardivo, una pratica abortiva che consiste nell’iniettare una soluzione salina nel grembo materno, che dovrebbe corrodere il bambino e farlo nascere morto nel giro di 24 ore. Io, che rabbrividisco solo al pensiero, mi chiedo come abbia fatto quella donna a scegliere di “assassinare” così sua figlia, dopo averla sentita crescere e magari muovere dentro di sè; mi chiedo quale forma di egoismo possa essere così forte da spingere ad una simile scelta; mi chiedo quale giustificazione si possa esser data lei mentre prendeva questa decisione; mi chiedo come ci si possa perdonare dopo un gesto del genere………tante domande, a cui non riesco a dare risposta.
unatamente non sempre le cose vanno come erano state programmate e in quell’occasione la prestigiosa clinica non fu all’altezza del suo nome: la bimba venne al mondo viva. Per una serie di circostanza fortunate, quali l’assenza del medico che doveva “terminare il lavoro” e il pietoso gesto di un’infermiera che, anziché uniformarsi a quella che era un po’ una regola non scritta a quei tempi, ossia il “finire” i nati vivi a seguito di un aborto strangolandoli, soffocandoli o simili, decise invece di chiamare un’ambulanza, la neonata venne portata in un ospedale. Fu così che iniziò la sua straordinaria avventura: la vita.

Gianna racconta poi delle sue battaglie: fisiche, visti i danni che il trattamento salino le ha procurato e morali, essendo diventata fiera combattente nella battaglia contro l’aborto. Sfide che ha sempre affrontato con coraggio e determinazione, sentendosi oltremodo fortunata per la possibilità che ha miracolosamente avuto di poterle vivere. Oggi è una donna forte, decisa a difendere i diritti di chi ancora deve nascere e con orgoglio elogia l’operato dell’ex presidente americano Bush che nel 2002 firmò la cosiddetta legge di “Protezione dei nati vivi”, a tutela dei neonati sopravvissuti all’aborto, che fino a quel momento erano invece, nella stragrande maggioranza dei casi, destinati ad essere lasciati morire; processo, questo, spesso accelerato dal personale medico che non correva il rischio di essere accusato di omicidio.

Mentre la ascolto parlare, Gianna mi evoca immagini di grande coraggio: lei, piccola grande donna, grida al mondo il suo amore per la vita e condanna chi, per bieche ragioni economiche, non esita a toglierla ad esseri innocenti ed inermi che troppo spesso, sotto gli influssi di una scienza che trascura il credo ed i sentimenti più intimi di ognuno di noi, si ha paura a chiamare bambini. La vita va difesa in tutte le sue forme, a partire dal concepimento ed è inutile nascondersi dietro un milione di giustificazioni che affermano il contrario e che, se ci scrolliamo di dosso la corazza di falsi ideali di cui ci siamo rivestiti, sono irrimediabilmente destinate a sembrare ridicole.

In: Famiglia, Giovani



1 Response to Sopravvissuta all’aborto

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Simone Matteoli

10 ottobre 2010 alle 18:47

Sentirla parlare con quella forza mi ha fortemente emozionato. Una donna sola che in realtà ha tutto perché si sente figlia di Dio. Non mi sono per niente pentito di aver dedicato 20 minuti a questo post. I politici imparino da questa donna a fare politica e a fare comizi!

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